PRIVATE EQUITY

Il Private Equity come strumento di crescita delle aziende

Cos’è il Private Equity e come funziona

 Il private equity rappresenta una forma di investimento di medio-lungo termine rivolta a imprese non quotate, generalmente ad alto potenziale di crescita e sviluppo. Si tratta di un’attività strategica condotta prevalentemente da investitori istituzionali, con l’obiettivo di ottenere un importante ritorno in conto capitale, solitamente al momento della vendita della partecipazione o attraverso una quotazione in Borsa.

Tuttavia, il private equity non si limita a un semplice apporto di capitale di rischio. Al contrario, rappresenta un intervento attivo e qualificato all’interno della società partecipata. L’investitore istituzionale contribuisce direttamente alla definizione delle strategie aziendali, mettendo a disposizione competenze, esperienza e relazioni, pur lasciando al management la piena responsabilità della gestione operativa quotidiana.

In molti casi, la presenza di un investitore di rilievo nel capitale della società può anche accrescere la sua credibilità sul mercato, attirando l’interesse di altri attori finanziari e facilitando, in prospettiva, l’accesso alla quotazione pubblica.

Il percorso di investimento si conclude con il disinvestimento, ovvero l’uscita dell’investitore, che avviene quando l’azienda ha raggiunto un livello di maturità tale da consentire una valorizzazione significativa della partecipazione. In caso contrario – se l’iniziativa non ha avuto esito positivo – l’investitore può decidere di uscire anticipatamente, qualora non sussistano più margini per un recupero.

Le modalità di disinvestimento possono variare e includono:

  • la quotazione in Borsa dei titoli della società partecipata;
  • la cessione della partecipazione a un altro investitore istituzionale o a un player industriale;
  • il riacquisto da parte del gruppo imprenditoriale originario;
  • oppure la vendita a nuovi o vecchi soci.

Quando l’investimento avviene in una fase iniziale del ciclo di vita dell’azienda, in particolare durante la fase di startup, si parla più propriamente di venture capital, una sotto-categoria del private equity focalizzata sul sostegno all’innovazione e alla scalabilità dei business emergenti.

I fondi di Private Equity ormai raramente considerano dimensioni societarie con EBITDA inferiori ai quattro milioni di euro e questo offre spazi ampi di operatività a soggetti diversi come le Holding di Investimento, i Family Office e i Club Deal nel dare risposta ad esigenze di apertura del capitale, prevalentemente orientate a progetti di crescita.

Il ruolo chiave del Private Equity nella crescita delle PMI

La domanda a cui oggi molte imprese devono rispondere è semplice ma strategica: crescere o rimanere stabili? In un contesto segnato dall’incertezza, molte aziende hanno adottato strategie difensive, riducendo gli investimenti e focalizzandosi sull’efficientamento. Tuttavia, il contesto economico attuale impone un cambio di passo: l’aggregazione industriale e l’ingresso di capitali di private equity possono rappresentare leve fondamentali per rafforzare la governance, attrarre competenze e migliorare la competitività.

Il private equity si configura quindi come una leva di trasformazione culturale, in grado di stimolare le imprese a investire in innovazione, ricerca e sviluppo. Inoltre, l’accesso a capitali alternativi può contribuire alla nascita di un ecosistema imprenditoriale più solido e competitivo.

In particolare nel segmento delle PMI, l’investitore in private equity può svolgere un ruolo imprenditoriale attivo, affiancando le aziende in percorsi di crescita strutturata. In Italia, oltre il 90% delle imprese è costituito da microimprese: realtà eccellenti nelle rispettive nicchie di mercato, ma spesso penalizzate dalla dimensione ridotta, che limita le ambizioni internazionali. In questo contesto, un investitore con visione strategica e logica industriale può guidare operazioni di consolidamento attraverso acquisizioni mirate, facilitando l’accesso a nuovi mercati, lo sviluppo di economie di scala e l’attrazione di talenti ad alto profilo.

I valori della crescita

Secondo uno studio condotto dalla società di consulenza PwC le aziende che sono gestite dai fondi di private equity, hanno registrato negli ultimi cinque anni una crescita media annua dei ricavi pari all’8,7%, ossia 5,7 punti percentuali in più rispetto all’andamento del PIL italiano. Nell’ultimo anno, il CAGR (tasso di crescita annuale composto) di queste imprese è salito dal 7,5% all’attuale 8,7%.

Lo stesso studio pubblicato da PwC evidenzia come l’EBITDA delle società partecipate dai fondi di private equity sia aumentato con un CAGR del 7,1%, a fronte di un più modesto 1,3% registrato da un campione di imprese private di medie e grandi dimensioni.

Francesco Giordano, Private Equity Leader di PwC Italia, spiega che alla base di questi risultati ci sono due elementi chiave: «A monte vi è una selezione attenta delle eccellenze del sistema economico; a valle, la gestione è particolarmente mirata, dato che il private equity opera con un orizzonte temporale limitato e tende a privilegiare processi capaci di accelerare la crescita».

Giordano aggiunge inoltre che «i fondi dimostrano una notevole capacità nel selezionare i manager e nell’orientarsi verso strategie di M&A, rappresentando un vero e proprio motore per i processi di aggregazione». Una dinamica che, a suo avviso, è destinata a proseguire: «In Italia esistono ancora ampi margini per costruire filiere e promuovere aggregazioni».

Nell’ultimo decennio, le aziende oggetto di operazioni di buy-out da parte dei fondi hanno costantemente incrementato i loro risultati, con una crescita media annua superiore di 4,4 punti percentuali nei ricavi e di 1,6 punti nell’EBITDA. Ancora più marcato è stato il divario per le società supportate da fondi di venture capital, che hanno fatto segnare un incremento di fatturato e margini rispettivamente superiore al benchmark di 9,2 e 10,3 punti percentuali.

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